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Cellule staminali derivate dalla pelle PDF Stampa E-mail


Ha fatto il giro del mondo la notizia della ricerca sulle cellule staminali derivate dalla pelle e “ringiovanite”, per così dire. Un'eco legata soprattutto ai risvolti etici perché, se la ricerca arrivasse a esiti positivi (cioè traducibili a livello clinico), si potrebbe ricavare cellule staminali da cellule adulte e non dagli embrioni.
Ma la doppia ricerca, condotta da due equipe indipendenti, una statunitense l'altra giapponese, è ancora su livelli teorici e richiederà del tempo per arrivare ad applicazioni concrete. E non è neppure scontato che vi arrivi. «Va considerato infatti che per il momento sono stati presi quattro geni diversi e inseriti nelle cellule epiteliali. Una pratica che in clinica non è praticabile: non si possono portare quattro geni diversi anziché uno, può risultare pericoloso», osserva Michele De Luca, direttore scientifico della Fondazione Banca degli Occhi e ordinario di Biochimica all'università di Modena e Reggio Emilia.
Un risultato importante, sul piano della ricerca di base, dunque, ma per il momento l'entusiasmo va frenato.



De Luca si occupa di staminali da vent'anni, «prima ancora che fossero chiamate così e sopratuttto prima che fossero così di moda». I risultati sulle cellule epiteliali non mancano, soprattutto perché le staminali di derivazione cutanea «hanno caratteristiche biologiche semplici, dal momento che l'epitelio è un tessuto semplice». L'applicazione che viene realizzata anche a Mestre è in particolare quella sul trapianto di cornea: si preleva dall'occhio sano del paziente delle cellule epiteliali e dalla loro coltura si ottengono staminali in grado di rigenerare i tessuti danneggiati. Decine di pazienti con lesioni corneali, alcuni non vedenti da anni, hanno riacquistato la vista dopo il trapianto di cornee rigenerizzate con le staminali.

L'altra applicazione, ormai diventata di routine, è quella sulla ricostruzione della pelle dei grandi ustionati. Mentre di recente si è riusciti a portare a compimento una terapia genica su bambini affetti da una rara malattia, nota come sindrome dei bambini farfalla, la cui pelle è talmente fragile da metterli a rischio con un semplice urto: proprio all'università di Modena il prof. De Luca ha messo a punto una terapia che sostanzialmente consiste nel trapianto di pelle geneticamente modificata.
«Attualmente le applicazioni delle staminali sono queste. Vi sono poi buone prospettive per quel che riguarda le ricerche sulle staminali dei vasi sanguigni, del muscolo e del cervello. Soprattutto nei casi di lesioni degenerative o ischemiche».

E' vero anche, però, che sulle staminali si sta concentrando un'aspettativa – specie a livello mediatico – forse sproporzionata rispetto alle reali opportunità. «E' vero – conferma il prof. De Luca – c'è una grossa componente mediatica. Però va detto che per quel che riguarda la medicina rigenerativa, l'uso delle staminali rappresenta una branca futura della medicina che prenderà sempre più piede. Non si sostituirà alla chirurgia né ai farmaci, ma sarà di complemento soprattutto per quel che riguarda la rigenerazione dei tessuti danneggiati».
C'è molta aspettativa, le prospettive future ci sono, ma i tempi sono più lunghi di quel che si crede.



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