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Federico Finozzi campione mondiale alla XV edizione dei giochi olimpici per trapiantati PDF Stampa E-mail

ImageMi chiamo Federico, ho 31 anni e abito a Casciana Terme, un paesino in provincia di Pisa. La mia esperienza inizia nel 1994, all'età di 19 anni quando dopo due mesi di ricovero per problemi fisici che mi tormentavano da mesi, mi diagnosticarono una malattia piuttosto rara che colpiva le vie biliari e il colon. Non sapevano certo quale fosse la causa né tantomeno la cura. L'unica cosa certa che mi comunicarono fu che prima o poi avrei dovuto fare un trapianto di fegato. Poteva essere dopo un anno, due, dieci, venti… Immaginate la mia reazione ad una notizia di questo genere.. Vivere con sopra la testa questa spada come una sentenza. Ho cercato di affrontare ogni giorno senza pensarci e cercando di stare meglio che potevo. Nonostante la fatica e i farmaci, la mia volontà voleva comunque cercare di fare una vita "normale". E questo ho fatto fino a che ho potuto. Nel 2001 la malattia si aggravò e ogni mese che passava stavo sempre peggio.

Federico Finozzi

Mi chiamo Federico, ho 31 anni e abito a Casciana Terme, un paesino in provincia di Pisa. La mia esperienza inizia nel 1994, all'età di 19 anni quando dopo due mesi di ricovero per problemi fisici che mi tormentavano da mesi, mi diagnosticarono una malattia piuttosto rara che colpiva le vie biliari e il colon. Non sapevano certo quale fosse la causa né tantomeno la cura. L'unica cosa certa che mi comunicarono fu che prima o poi avrei dovuto fare un trapianto di fegato. Poteva essere dopo un anno, due, dieci, venti… Immaginate la mia reazione ad una notizia di questo genere.. Vivere con sopra la testa questa spada come una sentenza. Ho cercato di affrontare ogni giorno senza pensarci e cercando di stare meglio che potevo. Nonostante la fatica e i farmaci, la mia volontà voleva comunque cercare di fare una vita "normale". E questo ho fatto fino a che ho potuto. Nel 2001 la malattia si aggravò e ogni mese che passava stavo sempre peggio. Ho passato tre anni fra febbre, antibiotici e ricoveri ospedalieri. Avevo circa dieci giorni di febbre ogni due settimane, con tutto ciò che ne consegue: dolori articolari, mal di testa, stanchezza cronica. Gli studi universitari rallentarono bruscamente. Le uscite con gli amici pure. I dottori non sapevano trovare una qualche forma di soluzione. L'unica cosa che mi dava un vago sollievo erano dosi massicce di cortisone. E così fino a gennaio del 2003, quando la situazione precipitò e la febbre fu giornaliera. E quando parlo di febbre, parlo di 40 gradi e oltre! Mi sono fatto circa sette mesi più o meno continui di ospedale. A maggio il professor Filipponi del centro trapianti dell'ospedale di Cisanello decise che l'unica soluzione fosse un trapianto di fegato. Potrete immaginare i sentimenti contrastanti. Da una parte la gioia di poter star meglio. Dall'altra la difficoltà dell'intervento, il come sarà la mia vita futura, il fatto di stare in attesa… La mia vita subì una strana mutazione in quel periodo. Tutto quello che facevo non aveva più senso. Sentivo la vita correr via dal mio corpo e dalla mia testa. Ma non avevo paura di morire. La mia fede in Dio mi rassicurava. La presenza dei miei amici mi teneva per mano in quelle lunghe notti all'ospedale quando tutto diventa buio e la tristezza cammina per i corridoi per cercare le sue prede. Cercavo nella mia memoria momenti gioiosi per sconfiggere la solitudine… le vacanze al mare, le passeggiate con Erica, la mia fidanzata, le cene con la mia famiglia, gli allenamenti con gli arbitri visto che arbitravo già da molti anni, l'odore di olio canforato degli spogliatoi, gli sguardi dei bambini che avevo come capo scout, la mia Casciana…. tutto per cercare di farmi forza. La mia attesa è durata due mesi e dieci giorni. Sono stato trapiantato il 29 luglio 2003, un martedì mattina. L'operazione è durata circa quattordici ore. Due cose, credo mi hanno salvato. La prima. L'amicizia e l'affetto dei miei amici e di chi mi conosceva, che non mi han fatto mai mancare una parola di conforto o due chiacchere per sfogarsi. La seconda e più importante. Il gesto amoroso di una madre e un padre che hanno acconsentito alla donazione degli organi del loro figlio deceduto. Passato circa un anno, mi tornò in mente un articolo letto sulla Gazzetta dello Sport dove parlava di certi Campionati Mondiali per Trapiantati che stavano svolgendo in quei giorni a Nancy in Francia. Presi contatto con l'ANED di Milano e la dottoressa Franca Pellini, team manager della Nazionale Trapiantati. D'accordo con il centro trapianti di Cisanello decisi di riprendere a nuotare, sport che avevo lasciato all'età di 16 anni per intraprendere la carriera di arbitro di calcio. E così è stato. Con estrema fatica ma un'incredibile voglia di farcela per dare un segnale forte a chi il trapianto aveva ancora da farlo, tornai in piscina per prepararmi ai campionati italiani per trapiantati, tappa fondamentale per partecipare ai XV Campionati Mondiali per Trapiantati si sarebbero svolti a London, Toronto, Canada dal 16 al 25 luglio 2005. Non solo mi sono qualificato, ma in Canada sono riuscito a vincere 6 medaglie, tre d'oro, un argento e due bronzi, stabilendo un record del mondo sui 50 metri rana. E' stata un'esperienza fantastica, soprattutto dal punto di vista umano. Trovarsi con cinquemila trapiantati è stato eccezionale. Il vero obiettivo dei Giochi è richiamare l'attenzione sul miracolo della riconquista della vita che solo il trapianto può dare e sulle liste d'attesa che solo una diffusa solidarietà consapevole può ridurre. Anche se assistiamo in Italia ad un miglioramento dell'attività, le liste di attesa contano ancora troppi uomini, donne e bambini e ogni giorno uno di loro non ce la fa e perde la vita. I trapiantati sportivi vogliono ricordare che nella gara per la vita siamo tutti competitori e che un 'no' significa concretamente lasciare uno di noi ai blocchi di partenza, senza speranza. Un'ultima cosa. Voglio ringraziare tutte le persone che decidono di fare un gesto d'amore vero, donando gli organi del proprio caro defunto e tutti quelli che donano il sangue e il midollo osseo. Durante il mio intervento ho avuto bisogno di sangue. Se nessuno lo avesse donato, forse non sarei qui. Chi dona il sangue, regala la vita. Chi ha paura di donare sangue e il midollo osseo, faccia un giro nei reparti di malati di leucemia. Ho conosciuto una ragazza che era in attesa di un donatore compatibile di midollo. E lei mi diceva, piangendo, che sarebbe voluta uscire e suonare a tutti i campanelli delle case che avrebbe incontrato per chiedere di andare a donare il midollo per avere una possibilità di sopravvivenza in più. Chi ha paura, immagini la paura di morire che aveva quella ragazza. Chi dona può farlo quando vuole, può rimandare di giorno in giorno. Chi aspetta una donazione, non può aspettare, perché il giorno dopo può esser troppo tardi". So che non sono il primo e non sarò l'ultimo ad aver fatto questa esperienza di dolore. Ma ugualmente mi sento di parlarne e parlarne perché è l'unico modo per far conoscere le cose come stanno perché troppo spesso ho trovato persone che avevano paura delle donazioni solo perché non conoscevano niente sull'argomento. Manca l'informazione, quella stessa informazione che potrebbe salvare vite umane.

Federico Finozzi

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