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Medicina: Marino, da 20 anni studio come superare rigetto dopo trapianto PDF Stampa E-mail


"Sono 20 anni che studio i fenomeni legati al trapianto di fegato. Compresi quelli che determinano il cambio del gruppo sanguigno, o più in particolare il microchimerismo. Cioè quando una parte delle cellule del donatore, rimaste nell'organo trapiantato, imparano a convivere pacificamente con quelle del ricevente. Senza dunque il bisogno della terapia antirigetto". Ignazio Marino, presidente della Commissione Igiene e sanità del Senato ma anche noto chirurgo trapiantologo, sveste i panni del politico per spiegare quanto è successo alla ragazza australiana che, dopo aver ricevuto un fegato nuovo, ha cambiato gruppo sanguigno prendendo quello del donatore. "Anche negli organi ben 'lavati' prima del trapianto - spiega all'ADNKRONOS SALUTE - possono rimanere tracce del donatore.


Tanto più nel fegato che ha chilometri di vasi sanguigni. E tra queste tracce possono esserci i globuli bianchi, nello specifico i linfociti, che in questo caso vengono definiti 'linfociti passeggeri' perché - chiarisce - come i passeggeri di una nave trasbordano da un organismo all'altro attraverso il fegato". Il chirurgo rivela che "per motivi ancora non del tutto chiari, questi globuli bianchi possono scomparire o sopravvivere, e quindi arrivare nei linfonodi dove si aggiungono al corredo immunitario del ricevente. E allora - prosegue Marino - può accadere che abbiano la meglio, determinando il cambiamento del gruppo sanguigno. O più facilmente, imparino a convivere con il sistema immunitario della persona trapiantata, dando vita al microchimerismo, che significa tolleranza tra cellule di provenienza diversa e con diverso Dna".

Il senatore ricorda che "abbiamo scoperto il microchimerismo negli Usa nel 1992, dopo aver sospettato che alcuni pazienti trapiantati non assumessero più i farmaci antirigetto. Senza però incorrere in alcun inconveniente. Facemmo quindi le analisi del sangue che ci confermarono i sospetti. E i trapiantati, messi alle strette, ammisero che in alcuni casi non prendevano più i farmaci salvavita anche da 15 anni. Quindi - continua - facemmo ulteriori indagini in donne trapiantate con organi di donatore maschio. E scoprimmo che in effetti nei loro linfonodi c'erano linfociti anche con il cromosoma Y. Una scoperta - assicura - che fu veramente esaltante".



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