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Trapianto? pił efficiente da vivente PDF Stampa E-mail


I trapianti sono spesso l’unica soluzione possibile ma, inevitabilmente, ci si scontra con la carenza di organi. In parte la situazione viene mitigata quando è possibile il prelievo da vivente: è il caso del rene e del fegato. La messa a punto di questa metodica, peraltro, è stata benefica soprattutto nei paesi asiatici, dove spesso considerazioni di ordine religioso precludono il ricorso al prelievo da cadavere.
 
Mancavano dati certi

Però, trattandosi di un organo unico, diversamente dal rene, il prelievo di fegato da vivente pone qualche problema di ordine etico o, senza addentrarsi in questo campo, di rapporto tra rischio e beneficio. Benché il prelievo da vivente sia possibile dagli anni novanta, nessuno studio aveva valutato se il poter contare su questa possibilità migliorava effettivamente la sopravvivenza di chi era inserito nelle liste di attesa. 


Inoltre va considerato che inizialmente questa opzione era riservata al trattamento dei bambini e solo dopo parecchi anni si è passati ad applicarla nell’adulto. E’ stato proprio questo l’aspetto considerato da uno studio statunitense, che ha sorvegliato la sorte di 807 candidati al trapianto di fegato assistiti in 9 ospedali universitari. Lo studio è cominciato nel 1998 e si è concluso nel 2003, e l’osservazione si è protratta per tutto il periodo. Una parte del campione è stata avviata al trapianto con donatore vivente, 389 persone, mentre 249 hanno atteso la disponibilità di un organo compatibile prelevato da cadavere, 99 sono deceduti durante l’attesa e 70, infine, erano ancora in lista al termine del periodo di osservazione.

Un aiuto alla decisione

Valutando il rischio relativo di morte, coloro che hanno ricevuto l’organo da un vivente avevano una possibilità di andare incontro al decesso ridotta del 44%. Ma il dato, in sé già molto positivo, migliorava ulteriormente con l’aumentare dell’esperienza del centro che eseguiva il trapianto. Infatti, se la struttura superva la soglia dei 20 trapianti da vivente, il rischio di morte diminuiva del 35%. Insomma,la riduzione del rischio di morte c’è e anche consistente. Però questo risultato, dicono gli autori della ricerca, va controbilanciato con il fatto che, pur se piuttosto sicuro, il prelievo da vivente non è esente da pericoli: nel 38% dei casi, secondo alcune casistiche, si presentano complicanze di diversa gravità, prevalentemente a carico delle vie biliari. Però, come conclude il primo firmatario dello studio, Carl Berg della University of Virginia di Charlottesville, “poter quantificare la riduzione del rischio che si ottiene con il trapianto da donatore vivente permette alle famiglie di meglio paragonare I rischi teorici del donatore con i benefici per il malato”.




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